REPUBBLICA
Dir. Resp. Mario Orfeo
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Edizione del 19/07/2025
Estratto da pag. 8
Botta “Non si getti via il modello ora la città è davvero europea” l’intervista di FRANCESCO MANACORDA MILANO edere inquinata l’immagine di Milano, che negli ultimi vent’anni è diventata davvero una città parte dell’Europa, mi fa molto male». Mario Botta, 82 anni, svizzero del Canton Ticino, è uno dei più noti architetti europei: tra i suoi progetti il Moma di San Francisco e il Mart di Rovereto, nonché chiese in tutto il mondo. Conosce bene Milano, un’ora d’auto dalla sua Mendrisio, e a Milano è celebre per la ristrutturazione della Scala, una missione quasi impossibile che vent’anni fa vide aggiungere nuovi volumi dietro la facciata originaria del Piermarini e nel 2024 si è completata con una torre accanto al teatro. Dunque, architetto Botta, si è fatto la sua idea su quello che accade a Milano? «Certo, e magari è un’opinione un po’ interessata proprio perché ho lavorato al progetto della nuova Scala, che pure – per la sua storia e la sua funzione – era al di sopra di V tutte le beghe di carattere finanziario. Comunque mi sento un po’ corresponsabile di come è la Milano attuale e penso che lo sviluppo che c’è stato – a partire da CityLife – pur con tutti i difetti che si possono riconoscere, è stato un vero miracolo. Il miracolo di una generazione che è arrivata dopo la fase più ricca e che è riuscita a trasformare una città in apparenza esterna al grande sviluppo in una città europea». E come si spiega quello che sta avvenendo in questi giorni? «Ci sono stati errori, probabilmente, come in altre città, e forse ci sono state mele marce, anche qui come accade dappertutto. Ma non facciamo l’errore di gettare via tutto: Milano in questi ultimi anni ha tenuto il passo con il meglio delle città europee. E la città europea è il massimo che si può avere anche oggi per soddisfare i bisogni dell’uomo: ha i suoi difetti, ma resta il modello più bello, più flessibile e pertinente di abitare insieme». Non tutti insieme, forse. Una delle grandi polemiche milanesi riguarda proprio l’espulsione dalla città di chi non può più permettersi i suoi costi: immobiliari e non solo… «Mi ricordo quello che mi raccontò una volta un bravo architetto dell’America Latina: noi – diceva – avevamo imparato che lo sviluppo urbano doveva andare sempre più in là, conquistare sempre un po’ di spazio rispetto al limite della città esistente. Poi d’un colpo abbiamo capito che quello che noi facevamo fuori dalla città era destinato ai lavoratori domestici di cui c’era bisogno per far vivere la città stessa. Anche questo sviluppo, in apparenza secondario, riguardava forze vive che tenevano il tessuto urbano. Ecco, spesso il mercato non vede queste contraddizioni perché guarda al suo interesse immediato. Ma il soddisfacimento dei bisogni economici e finanziari di un dato momento non può essere una buona bussola». In questi anni Milano ha attirato più soldi sul mattone di ogni altra città d’Italia, e forse – in proporzione – d’Europa. Perché? «Perché i grandi gruppi immobiliari hanno trovato un terreno fertile: una condizione storica arretrata che ha aperto nuove vie per le grandi operazioni e anche per la speculazione edilizia. Ma questo avviene da che mondo è mondo: non si può far finta che il “downtown” delle città americane o di quelle asiatiche, che ormai sono più avveniristiche di quelle europee, siano state costruite senza il tarlo della speculazione». Bisogna dunque rassegnarsi al fatto che una città di successo sia solo per ricchi? «No. Spero invece che lo sviluppo immobiliare possa avere anche un’edilizia fertile e positiva per i ceti che hanno più bisogno. E non c’è città che viva solo dei ricchi: anche le più sfrenate – penso a quelle oggi in Medio Oriente – hanno bisogno di un mix che deve radiare, che deve accogliere anche dei corpi sociali apparentemente contraddittori. Questo perché la città è la ricchezza di questo mix di funzioni, che è anche mix di storia, di cultura e di memoria, e che deve appartenere a tutti coloro che la abitano. Non si può fare una città solo moderna perché è effimera: la città è fatta anche del ricordo più profondo di un territorio, di memoria che deve essere presente anche nel contemporaneo». Nei primi anni 2000 il suo intervento sulla Scala accese dibattiti roventi. Oggi pare integrato nel paesaggio. «Mi capita ancora di andare in giro per l’Europa e far vedere l’operazione fatta sul Piermarini. Spiego che a Milano c’è stato il coraggio di intervenire e in questo modo si è data una nuova dignità, un nuovo spazio, e in fondo una nuova vita al teatro, che si assicura così di poter esistere ancora a lungo». ---End text--- Author: FRANCESCO MANACORDA Heading: Highlight: Mario Botta, 82 anni, architetto svizzero di fama internazionale T “ Ci sono stati errori e mele marce, ma lo sviluppo degli ultimi anni è stato un miracolo Image: -tit_org- Botta “Non si getti via il modello ora la città è davvero europea” -sec_org-