CORRIERE DELLA SERA
Dir. Resp. Luciano Fontana
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Edizione del 30/07/2025
Estratto da pag. 21
Intervista a Gianfelice Rocca - «La fuga di Milano ha lasciato indietro il gruppo Oggi serve empatia»
«LafugadiMilano halasciatoindietroilgruppo Oggiserveempatia» rappresentanza, costo delle case, perdita dell’ascensore sociale che premiava il merito... «Milano ha fatto tanta strada, gli ultimi vent’anni hanno impresso un’accelerazione mai registrata prima. In termini ciclistici possiamo dire che ha scalato il Ventoux, è andata in fuga, è diventata più attrattiva e competitiva. Ma Rocca (Humanitas): ma la città non si pianga addosso L’intervista di Giangiacomo Schiavi L e tensioni sono un valore, un segno di vitalità, dice Gianfelice Rocca e per questo Milano non deve piangersi addosso. «La città deve avere l’orgoglio di sentirsi una testa di serie tra le grandi città del mondo e avere la modestia di ammettere che qualcosa deve cambiare». L’inchiesta sui grattacieli e sull’urbanistica milanese sembra chiedere qualcosa di più, la parola in uso è: discontinuità. «Preferisco il termine riallineamento. Questo è il momento della rimodulazione degli obiettivi, della protezione e della cura». Milano corre, ma è attraversata anche da un malessere diffuso, sfiducia, disuguaglianze, solitudini, crisi di rappresentanza, costo delle case, perdita dell’ascensore sociale che premiava il merito... «Milano ha fatto tanta strada, gli ultimi vent’anni hanno impresso un’accelerazione mai registrata prima. In termini ciclistici possiamo dire che ha scalato il Ventoux, è andata in fuga, è diventata più attrattiva e competitiva. Ma quando vai in fuga e lasci indietro il gruppo, prima o poi lo devi recuperare. Una città è fatta di organismi viventi, adattativi. Il compito di chi ama Milano è comprendere e contribuire al riallineamento». Gianfelice Rocca guida il gruppo Humanitas: ospedali, ricerca, università, quasi diecimila dipendenti, oltre tremila clinici e un milione e 300 mila pazienti in cura ogni anno; è presidente del colosso Techint; viene da una famiglia che ha fatto la storia dell’acciaio e della siderurgia in Italia. Milano è come la sua stella polare. Quando dirigeva Assolombarda, dal 2011 al 2014, si era dato un compito: farla volare, aumentarne l’attrattività internazionale, creare la città «steam» connettendo Bonvesin de la Riva con Steve Jobs, la storia e il futuro attraverso il Politecnico, la Bocconi e lo spirito ambrosiano fatto di accoglienza e solidarietà. Milano deve entrare in Champions, diceva, il suo ruolo è quello del magnete. Che cosa rimane di quella spinta visionaria? «Ricordo i 50 progetti per Milano, un invito a puntare in alto, a osare. Tra questi c’era Nexpo, la città della scienza nell’area dell’Esposizione: missione impossibile, mi dicevano. A Siviglia e nelle altre capitali i terreni del dopo Expo erano diventati rifugio per topi. A Milano oggi abbiamo Human Technopole, il campus universitario, l’ospedale, le nuove residenze... È nato un modello. Milano ha innescato una marcia in più, ha allineato i suoi motori, è diventata leader nell’economia della conoscenza, ha attirato capitali e giovani studenti, ha cambiato skyline. È diventata grande, a livello mondiale...». L’inchiesta della Procura tra i capi d’accusa lascia intravedere che si è lasciato indietro un pezzo di città a vantaggio di altri, dei fondi immobiliari, della rendita, dei turisti, della grande ricchezza... «Tutte le grandi città del mondo sono alle prese con gli stessi problemi. Milano non deve tradire le persone che l’hanno portata al successo, ma deve integrare meglio, dare più sicurezza ai cittadini, un’abitazione adeguata ai livelli medi di reddito e salari migliori, legati alla produttività e all’innovazione digitale». È quasi il primo capitolo di un programma politico... «È un riallineamento allo spirito ambrosiano. La forza economica della propulsione consente di avere i mezzi per occuparsi di chi è rimasto indietro. Oggi il tema vero è la costruzione dell’empatia. Nella transizione e nel cambiamento aumenta la sensazione di insicurezza e il disagio per il cittadino si contrasta con la presenza: anche un vigile di quartiere o un agente in più in metrò sono investimenti per la democrazia...». Che cos’è per lei una città empatica? «Non è il rimpianto del passato e nemmeno la città orizzontale da opporre a quella dei grattacieli... L’empatia che va resuscitata a Milano è quella rappresentata, per fare un esempio, dal vigile in strada che riceveva il panettone dai suoi concittadini. Quell’immagine va resa contemporanea». Sui vigili di Milano è fiorita una letteratura. Chi li ha visti? «Quel legame perduto è segno di distacco. Ma le città sono le persone, i luoghi, l’ascolto, la sensazione di essere dentro un processo e non esclusi da questo. Protezione e cura sono una compensazione dovuta, empatia e infrastrutture rappresentano il substrato per integrare anche i nuovi flussi migratori. Milano ha le risorse e le competenze per essere innovativa, attrattiva e protettiva per chi la sceglie». In sintesi: avanti nel futuro con l’intelligenza artificiale ma senza dimenticare Alberto Savinio e «Ascolta il tuo cuore, città»... «Milano non vive di amministrazione pubblica, il suo motore è lo spirito dell’iniziativa privata, imprenditoriale e cittadina. Grazie a tutto questo, alla Chiesa ambrosiana, al volontariato, ai rettori delle università, ma anche a tecnic i , i n fe r m i e r i , b a d a n t i , tramvieri, immigrati, si è creato un sistema che esprime una grande anima. Dentro ci sono valori che danno senso alla vita». Un’anima dispersa, ha detto l’arcivescovo Delpini. Come i campi di forza, che in passato sembravano tamponare le degenerazioni del capitalismo rapace... «Il ruolo dei campi di forza locali o regionali è superato. Oggi i campi di forza sono di origine internazionale. Milano attrae capitali dal Qatar, manager da Londra, turisti dal mondo. C’è una globalizzazione di processi che non si formano qui. Dobbiamo adattare questa globalità ad una interpretazione della nostra storia». Fatta anche dai sindaci... «Ai sindaci di Milano degli ultimi trent’anni dobbiamo solo dire grazie. Sindaci che non si sono arricchiti e che potevano fare altro nella vita. Anche loro sono espressione della grande e unica anima di Milano». © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Giangiacomo Schiavi Heading: Highlight: ? L’integrazione Milano non deve tradire chi l’ha portata al successo ma deve integrare meglio: dare più sicurezza, abitazioni adeguate ai livelli medi di reddito e salari migliori La rimodulazione È un riallineamento allo spirito ambrosiano. La forza economica della propulsione consente di avere i mezzi per occuparsi di chi è rimasto indietro I valori Il motore di Milano è lo spirito di iniziativa privata e cittadina Grazie alla Chiesa, al volontariato, ma anche agli immigrati si è creato un sistema con una grande anima La sfida Il ruolo dei campi di forza locali è superato Oggi i campi di forza sono internazionali Dobbiamo adattare questa globalità a una interpretazione della nostra storia Image:Manfredi Catella Costruttore Alessandro Scandurra Architetto Stefano Boeri Archistar Federico Pella Manager Beppe Sala Sindaco Andrea Bezziccheri Immobiliarista Giancarlo Tancredi Ex assessore Lavori Alcuni cantieri dei grattacieli che stanno ancora ridefinendo lo skyline di Milano (LaPresse) -tit_org- Intervista a Gianfelice Rocca - «La fuga di Milano ha lasciato indietro il gruppo Oggi serve empalla» -sec_org-